Ovidio, Narciso ed Eco

Il mito di Narciso ed Eco nel libro III delle Metamorfosi di Ovidio, in una traduzione originale dal latino: la profezia di Tiresia, l’amore impossibile di Eco e la fine di chi si innamora di se stesso.

Il mito di Narciso ed Eco e’ uno dei piu’ celebri delle Metamorfosi, e Ovidio ne fa il racconto che tutti conosciamo. Prima di lui la storia esisteva in forme diverse; e’ la sua versione, quella del libro III, ad aver fissato per sempre l’immagine del giovane che si innamora del proprio riflesso.

Tutto comincia con una profezia rovesciata. Interrogato se Narciso avrebbe raggiunto la vecchiaia, l’indovino Tiresia risponde con una formula che sembra un enigma: vivra’ a lungo «se non conoscera’ se stesso». E’ l’esatto contrario del «conosci te stesso» inciso sul tempio di Delfi, che i Greci consideravano la piu’ alta forma di saggezza. Per Narciso, invece, la conoscenza di se’ e’ la condanna. Il giorno in cui riconoscera’ il volto nell’acqua come il proprio, sara’ la sua fine.

Attorno a lui Ovidio intreccia la storia di Eco, la ninfa punita da Giunone a ripetere soltanto le ultime parole altrui. Sono due destini speculari: Eco esiste solo attraverso la voce di un altro e si consuma perche’ l’altro la rifiuta; Narciso esiste solo per se stesso e si consuma perche’ non riesce a raggiungersi. Chi vive interamente per un altro e chi vive interamente per se’ fanno la stessa fine: l’una ridotta a voce senza corpo, l’altro a fiore senza nome. Ovidio li mette uno di fronte all’altro, e li scioglie entrambi, uno in un suono, l’altro in un fiore.

Ne proponiamo qui il racconto completo, in una traduzione originale condotta direttamente sul testo latino del libro III.


Ma il padre onnipotente, poiche’ a nessuno e’ concesso disfare cio’ che un dio ha compiuto, in cambio della vista tolta gli diede di conoscere il futuro, e allevio’ la pena con quell’onore.

Tiresia, celeberrimo per fama nelle citta’ dell’Aonia, dava ai popoli che lo interrogavano responsi mai smentiti. La prima a provare la sua parola veritiera fu l’azzurra Liriope, che un tempo il Cefiso aveva stretto nell’ansa della sua corrente e, chiusala tra le proprie onde, aveva violato. Bellissima, la ninfa partori’ dal grembo colmo un bambino gia’ allora degno di essere amato, e lo chiamo’ Narciso. Interrogato se costui avrebbe visto i lunghi anni di una tarda vecchiaia, l’indovino profeta rispose: «Se non conoscera’ se stesso».

A lungo quella parola parve vana; ma la confermarono l’esito, la specie della morte e la stranezza della passione.

Il figlio del Cefiso aveva aggiunto un anno ai tre volte cinque, e poteva sembrare tanto fanciullo quanto giovane. Molti giovani, molte fanciulle lo desiderarono; ma in quella tenera bellezza era una superbia cosi’ dura che nessun giovane, nessuna fanciulla lo tocco’.

Lo vide, mentre spingeva verso le reti i cervi atterriti, una ninfa dalla voce sonora, che non sa tacere quando un altro parla ne’ sa parlare per prima: Eco, che rimanda i suoni.

Eco era ancora un corpo, non solo una voce; eppure, per quanto loquace, non usava la bocca diversamente da come fa ora, capace soltanto di ripetere, di molte parole, le ultime. Cosi’ aveva voluto Giunone: poiche’ spesso, quando avrebbe potuto sorprendere le ninfe distese sui monti sotto il suo Giove, Eco tratteneva scaltra la dea con lunghi discorsi, per dar tempo alle ninfe di fuggire. Quando la figlia di Saturno se ne accorse, disse: «Di questa lingua che mi ha ingannata avrai potere scarso, e brevissimo uso della voce». E confermo’ coi fatti la minaccia. Da allora Eco raddoppia solo le ultime parole e rimanda i suoni uditi.

Percio’, come vide Narciso vagare per campi solitari, se ne infiammo’, e ne segui’ di nascosto le tracce; e quanto piu’ lo seguiva, tanto piu’ si scaldava di fiamma vicina, come lo zolfo tenace, spalmato in cima alle fiaccole, afferra la fiamma che gli si accosta. Oh quante volte volle avvicinarlo con parole carezzevoli e rivolgergli tenere preghiere! La sua natura si oppone e non le concede di cominciare; ma, per quel che le e’ concesso, e’ pronta ad attendere i suoni, per rimandargli le sue stesse parole.

Per caso il fanciullo, staccatosi dal gruppo fedele dei compagni, aveva detto: «C’e’ qualcuno?», ed Eco aveva risposto: «Qualcuno». Sbigottito, egli getta lo sguardo da ogni parte e grida forte: «Vieni!»; e lei chiama chi la chiama. Si volta, e non vedendo venire nessuno, dice: «Perche’ mi fuggi?», e riceve tante parole quante ne ha dette. Insiste, e ingannato dall’eco della voce che gli risponde dice: «Qui, uniamoci!»; ed Eco, che mai avrebbe risposto piu’ volentieri ad alcun suono, ripete’: «Uniamoci!». E, assecondando le proprie parole, usci’ dal bosco e andava per gettare le braccia al collo sperato. Egli fugge, e fuggendo esclama: «Togli le mani, non abbracciarmi! Che io muoia, prima che tu abbia potere su di me». Lei non rispose altro che: «Abbi potere su di me».

Sprezzata, si nasconde nei boschi, copre di fronde il volto vergognoso e da allora vive in antri solitari. Ma l’amore resta e cresce col dolore del rifiuto; le veglie affannose consumano il misero corpo, la magrezza gli raggrinza la pelle, e ogni umore del corpo svanisce nell’aria. Restano solo la voce e le ossa: la voce rimane, le ossa, dicono, presero forma di pietra. Da allora si cela nei boschi, non si vede su alcun monte, ma da tutti e’ udita: e’ il suono cio’ che vive in lei.

Cosi’ aveva illuso lei, cosi’ altre ninfe nate dalle acque o dai monti, cosi’ prima ancora schiere di giovani. Finche’ uno dei disprezzati, levando le mani al cielo, disse: «Che anch’egli ami cosi’, e cosi’ non possegga cio’ che ama!». Disse, e la dea di Ramnunte accolse la giusta preghiera.

C’era una fonte limpida, argentea di acque splendenti, che mai pastori ne’ capre pasciute sul monte ne’ altro bestiame avevano toccato, che nessun uccello, nessuna fiera, nessun ramo caduto dall’albero aveva turbato. Intorno era erba, nutrita dall’acqua vicina, e un bosco che non lasciava a quel luogo tepore di sole.

Qui il fanciullo, stanco per l’ardore della caccia e per la calura, si distese, attratto dalla bellezza del luogo e dalla fonte. E mentre desidera placare la sete, un’altra sete gli cresce: mentre beve, rapito dall’immagine di bellezza che vede, ama una speranza senza corpo, e crede corpo cio’ che e’ acqua. Guarda estatico se stesso e, immobile nello stesso volto, resta come una statua scolpita nel marmo di Paro. Disteso a terra, contempla i suoi occhi, due astri gemelli, e i capelli degni di Bacco e di Apollo, le guance imberbi, il collo d’avorio, la grazia della bocca, il rossore misto al candore di neve; e ammira tutto cio’ per cui e’ ammirevole. Senza saperlo desidera se stesso, e chi loda e’ lui stesso il lodato; mentre cerca e’ cercato, e insieme accende e arde.

Quante volte diede vani baci alla fonte ingannatrice! Quante volte immerse nell’acqua le braccia per stringere il collo veduto, e non vi si afferro’! Non sa cosa veda; ma di cio’ che vede arde, e lo stesso inganno che gli illude gli occhi li accende.

Ingenuo, perche’ insegui invano un’immagine fuggitiva? Cio’ che cerchi non esiste; cio’ che ami, voltati e lo perdi. Quella che vedi e’ l’ombra riflessa della tua figura: nulla ha di suo; con te viene e con te resta, con te se ne andrebbe, se tu potessi andartene.

Non la fame, non il bisogno di riposo possono strapparlo di li’; ma disteso sull’erba ombrosa fissa con occhio insaziabile la forma ingannevole, e per i propri occhi si perde. Sollevandosi un poco, tendendo le braccia ai boschi intorno, dice: «O selve, ci fu mai qualcuno che amo’ piu’ crudelmente? Voi lo sapete, che a molti foste rifugio opportuno. Ricordate, in tanti secoli di vita, qualcuno che cosi’ si sia consumato? Mi piace cio’ che vedo, ma cio’ che vedo e mi piace non riesco a trovarlo: tanto m’inganna l’amore. E per di piu’ non ci separa un vasto mare, ne’ una strada, ne’ monti, ne’ mura dalle porte sbarrate: ci divide un po’ d’acqua. Anche lui desidera essere stretto: ogni volta che porgo baci all’onda chiara, lui altrettante volte si protende verso di me a bocca in su. Diresti che si puo’ toccare: piccolissima e’ la cosa che si oppone al nostro amore. Chiunque tu sia, vieni fuori! Perche’ m’inganni, fanciullo unico? Dove vai, mentre ti cerco? Non sono la bellezza ne’ l’eta’ a farti fuggire: anche le ninfe mi hanno amato. Non so quale speranza mi prometti col volto amico; quando ti tendo le braccia, tu le tendi; se rido, ridi; e spesso ho notato le tue lacrime, quando io piangevo. Rispondi ai miei cenni con cenni e, per quanto arguisco dal muoversi della bella bocca, mi rimandi parole che non giungono al mio orecchio. Ma quell’altro sono io! L’ho capito, la mia immagine non m’inganna piu’: ardo d’amore per me stesso, accendo la fiamma e la subisco. Che fare? Essere pregato o pregare? E che cosa poi preghero’? Cio’ che desidero e’ in me: la mia ricchezza mi ha fatto povero. Oh, potessi separarmi dal mio corpo! Voto nuovo in chi ama: vorrei che cio’ che amo fosse lontano. Ormai il dolore mi toglie le forze, non mi resta lungo tempo di vita, mi spengo nel fiore degli anni. La morte non mi e’ grave, perche’ con essa deporro’ il dolore; vorrei solo che chi amo vivesse piu’ a lungo. Ora invece, concordi, moriremo noi due in un’anima sola».

Disse, e delirando torno’ alla stessa immagine; con le lacrime turbo’ l’acqua, e la forma riflessa si offusco’ nel lago mosso. Vedendola svanire grido’: «Dove fuggi? Rimani, non abbandonare, crudele, chi ti ama. Cio’ che non posso toccare, mi sia concesso guardarlo, e dare cibo al mio misero furore». E mentre si dispera, si strappo’ la veste dall’alto e con le palme di marmo si percosse il petto nudo. Il petto percosso si tinse di roseo, come i pomi, candidi in una parte e nell’altra rossi, o come l’uva screziata nei grappoli si vela di porpora quando ancora non e’ matura. Come vide questo nell’acqua tornata limpida, non resse oltre; ma, come suole struggersi al fuoco lieve la cera bionda, o la brina del mattino al tepore del sole, cosi’, consumato d’amore, si scioglie e a poco a poco e’ divorato da un fuoco nascosto. Non ha piu’ il colore, il candore misto al rosso, non ha piu’ vigore ne’ forze ne’ cio’ che poco prima era bello a vedersi, e non resta piu’ il corpo che un tempo Eco aveva amato.

Ma lei, come lo vide, benche’ ancora adirata e memore, ne soffri’; e ogni volta che il misero fanciullo diceva «ahime’», ripeteva con voce risonante «ahime’»; e quando egli si percuoteva le braccia con le mani, rimandava lo stesso suono di percossa. Le sue ultime parole, mentre guardava ancora l’acqua consueta, furono: «Ahi, fanciullo amato invano!»; e il luogo rimando’ altrettante parole. E quando disse «addio», «addio» disse anche Eco.

Reclino’ il capo stanco sull’erba verde; la morte chiuse gli occhi che ancora ammiravano la bellezza del loro signore. E anche poi, accolto nella dimora infernale, si guardava nell’acqua dello Stige. Lo piansero le sorelle Naiadi, e tagliarono i capelli in offerta al fratello; lo piansero le Driadi; al loro pianto rispose l’eco di Eco. Gia’ preparavano il rogo, le fiaccole agitate, il feretro: il corpo non c’era piu’. Al suo posto trovarono un fiore giallo nel mezzo, cinto di petali bianchi.

Perche’ troverai piu’ versioni. Il mito greco e latino non ha un testo unico e definitivo: le stesse vicende ci sono giunte attraverso poeti e mitografi diversi, spesso in contrasto tra loro. Le storie che leggi qui seguono le fonti antiche piu’ autorevoli, ma di ognuna possono esistere varianti altrettanto legittime. Il mito e’ un organismo vivo, non un dogma.

Fonti
Ovidio, Metamorfosi

Traduzione originale condotta sul testo latino del libro III delle Metamorfosi.

Immagine: Caravaggio, Narciso (1597-1599 circa), Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini, Roma.