Le età del mondo

Le quattro età del mondo nelle Metamorfosi di Ovidio: oro, argento, bronzo e ferro. La decadenza dell’umanita dall’innocenza alla violenza, in una nuova traduzione.

Prima ancora di Ovidio, era stato il poeta greco Esiodo, nelle Opere e i giorni, a immaginare la storia dell’umanità come una lunga decadenza: cinque stirpi che si succedono, dall’oro al ferro, ciascuna peggiore della precedente. Ovidio riprende quel modello e lo condensa in quattro età, legandole ai quattro metalli. È uno dei passi più celebri delle Metamorfosi, e racconta il progressivo allontanamento degli uomini da uno stato di innocenza e armonia, fino alla violenza del presente.

La proponiamo in una nostra traduzione, condotta direttamente sul testo latino (Metamorfosi, I, 89-150).

L’età dell’oro

Per prima nacque l’età dell’oro. Senza che nessuno la costringesse, di sua spontanea volontà, senza leggi, teneva fede alla lealtà e alla giustizia. Non esistevano castighi né paura; non si leggevano parole minacciose incise nel bronzo, e la folla non tremava supplice davanti al volto del proprio giudice: vivevano sicuri, senza bisogno di nessuno che li difendesse.

Il pino non era ancora stato tagliato dai suoi monti per scendere sulle limpide onde e visitare terre lontane: gli uomini non conoscevano altre spiagge che le proprie. Non ancora fossati ripidi cingevano le città; non c’erano trombe di bronzo diritto, né corni di bronzo ricurvo, né elmi, né spade. Senza bisogno di soldati, i popoli vivevano tranquilli nel loro riposo sereno.

La terra stessa, libera, mai toccata dal rastrello né ferita dall’aratro, dava ogni cosa da sé. E gli uomini, contenti dei cibi nati senza sforzo, raccoglievano i frutti del corbezzolo, le fragole di montagna, le corniole, le more aggrappate ai rovi spinosi, e le ghiande cadute dall’albero maestoso di Giove. Era primavera eterna: con i loro tiepidi soffi i placidi Zefiri accarezzavano i fiori nati senza seme. Presto la terra, senza essere arata, produceva le sue messi, e i campi biondeggiavano di spighe gonfie senza mai riposare. Scorrevano fiumi di latte, scorrevano fiumi di nettare, e dal verde leccio stillava il miele dorato.

L’età dell’argento

Poi, quando Saturno fu confinato nel Tartaro tenebroso e il mondo passò sotto il regno di Giove, venne l’età dell’argento, inferiore all’oro ma più preziosa del bronzo fulvo. Giove accorciò la durata dell’antica primavera e divise l’anno in quattro stagioni: inverno, estate, autunno incostante e una breve primavera. Allora, per la prima volta, l’aria arse incandescente sotto vampate riarse, e l’acqua si irrigidì in ghiaccioli sotto il morso del vento. Allora, per la prima volta, gli uomini cercarono riparo in una casa: e furono le grotte, i fitti arbusti, i rami legati con la corteccia. Allora, per la prima volta, i semi di Cerere furono affidati a lunghi solchi, e i buoi gemettero oppressi dal giogo.

L’età del bronzo e l’età del ferro

A questa seguì, terza, l’età del bronzo: d’indole più feroce, più pronta a impugnare le armi crudeli, ma non ancora scellerata. L’ultima fu quella del ferro duro. Subito, in quest’epoca di tempra peggiore, dilagò ogni empietà: fuggirono il pudore, la sincerità e la lealtà, e al loro posto subentrarono l’inganno, la frode, le insidie, la violenza e la maledetta brama di possedere.

Il marinaio affidò le vele a venti che conosceva ancora appena, e le navi, il legno che a lungo era rimasto in piedi sugli alti monti, ora danzavano su flutti sconosciuti. Il suolo, prima comune a tutti come la luce del sole e l’aria, un cauto agrimensore lo divise, tracciando lunghi confini. E non si chiedeva più soltanto alla terra ricca le messi e il cibo dovuto: si scese fin dentro le sue viscere, e si andò a scavare le ricchezze che essa aveva nascosto, spingendole tra le ombre dello Stige: quelle ricchezze che sono lo stimolo di ogni male. Era già venuto alla luce il ferro dannoso, e l’oro, più dannoso del ferro; e viene la guerra, che di entrambi si serve per combattere, e scuote con mano insanguinata le armi che risuonano.

Si vive di rapina. L’ospite non è più al sicuro dall’ospite, né il suocero dal genero; anche tra fratelli l’affetto è raro. Il marito trama la morte della moglie, lei quella del marito; sinistre matrigne mescolano lividi veleni, e il figlio, prima del tempo, indaga sugli anni del padre. Vinta, giace a terra la pietà; e per ultima fra gli dèi, Astrea, la vergine, abbandona la terra intrisa di sangue.


Fonte: Ovidio, Metamorfosi, I, 89-150 (traduzione di Viaggio nel Mito, condotta sul testo latino)

Perché troverai più versioni

Chi ama il mito lo sa: non esiste “il” mito, esistono i miti. La stessa storia, in Esiodo e in Ovidio, cambia forma, numero delle età, dettagli. È il suo modo di essere viva.

Le traduzioni che troverai su Viaggio nel Mito sono nostre, condotte sui testi originali. Cerchiamo di restituire il senso e le immagini degli antichi con parole nostre, segnalando le varianti dove ci sono.