Figlia del centauro Chirone, il miglior addestratore di eroi, e della ninfa Cariclo, Ociroe deve il suo nome alle circostanze della sua nascita. Ociroe, che in greco significa “corrente veloce”, nacque infatti lungo la sponda di un ripido fiume. Era una ragazza intraprendente, e d’altronde, con un padre come Chirone, come avrebbe potuto non esserlo?
Come ci racconta Ovidio, la giovane non si limitò ad apprendere le arti paterne: ricevette anche il dono della profezia. Un giorno il dio Febo uccise con una freccia la moglie Coronide, allora in dolce attesa, poiché in sua assenza si era macchiata di adulterio. Durante il rito funebre, mentre il corpo della donna bruciava sulla pira, il dio decise all’ultimo istante di salvare il figlio che portava in grembo. Lo estrasse dalle fiamme appena in tempo e pensò che non vi fosse persona migliore del centauro Chirone a cui affidare il piccolo, che ricevette il nome di Asclepio (o Esculapio per i romani).
Ociroe si affezionò molto a quel pargolo e lo portava spesso con sé a passeggiare lungo le sponde del fiume. Proprio durante una di queste passeggiate, la fanciulla commise un grave errore: svelò i sacri segreti riservati agli dèi. Macchiatasi di quel reato che gli antichi greci chiamavano hybris, la tracotanza, scatenò l’ira di Giove, che non la perdonò.
Quel giorno, mentre anche il padre le faceva compagnia, Ociroe si rivolse al neonato dicendo:
“Cresci, fanciullo, apportatore di salute a tutto il mondo! Spesso i corpi dei mortali ti dovranno la vita. A te sarà permesso di rendere l’anima a chi l’ha perduta: ma quando avrai osato farlo una volta, suscitando lo sdegno degli dèi, il fulmine di Giove tuo avo t’impedirà di farlo una seconda volta, e da dio che sei diverrai corpo esangue e da corpo tornerai a essere dio, ripetendo due volte il tuo destino!”
Poi si rivolse a Chirone:
“Anche tu, caro padre mio, che ora sei immortale e creato, così fu deciso quando nascesti, per sopravvivere per tutti i secoli, un giorno desidererai di poter morire, quando sarai tormentato dal veleno di un terribile serpente che si spanderà nelle membra attraverso una ferita, e gli dèi, da eterno che sei, ti renderanno soggetto alla morte, e le tre Parche taglieranno il filo della tua vita.”
Tanto bastò a scatenare l’ira di Giove che, per farla tacere per sempre, la trasformò in una giumenta.
La metamorfosi, nelle parole di Ovidio
“Il destino mi colpisce prima che io finisca: mi si proibisce di dire di più, mi si preclude l’uso della voce. A che pro’ avere appreso quest’arte, se ora attira su di me l’ira delle divinità? Meglio se non conoscevo il futuro. Già sento che l’aspetto umano mi viene sottratto, già mi piace cibarmi dell’erba, già sento l’impulso di correre per i vasti campi: mi trasformo in cavalla, in un corpo come quello di mio padre. Ma perché tutta quanta? Mio padre è cavallo solo per metà!”
Diceva queste cose, ma l’ultima parte della sua lamentela fu poco intelligibile; furono parole confuse. Presto non furono più nemmeno parole: non sembrava ancora la voce di una cavalla, ma di una che imita una cavalla. E di lì a poco mandò nitriti veri e propri e cominciò a muovere le braccia sull’erba, e allora le dita si fusero, e un leggero zoccolo e una fascia cornea legò le cinque unghie, la faccia e il collo crebbero in lunghezza, buona parte del lungo abito divenne coda, e i capelli, che le stavano sciolti sulle spalle, si tramutarono in una criniera fluente sulla destra.
La voce e l’aspetto cambiarono insieme, e dopo quel prodigio acquistò anche un nuovo nome. Piangeva Chirone, figlio di Filira, e invano chiedeva il tuo aiuto, o Febo. Invano, perché non avresti potuto annullare la decisione del grande Giove, e, anche se avessi potuto, in quel momento non c’eri.”
Fonte: Ovidio, Metamorfosi
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