Le parole del mito: Kairos

Kairos non era il tempo che scorre ma l’istante opportuno da afferrare. Il dio dal ciuffo sulla fronte e la nuca calva, e la differenza tra chronos e occasione.

La parola viene dal greco καιρός (kairós), e prima di significare “occasione” indicava qualcosa di molto più concreto: il punto giusto, il punto esatto in cui un’azione riesce. Per alcuni studiosi, gli antichi lo immaginavano come il varco che si apre per un istante nel telaio del tessitore o come il punto vulnerabile che l’arciere deve saper colpire. In ogni caso, kairós è il punto critico dove le cose riescono o falliscono. Quindi, non una quantità di tempo, ma una qualità del tempo, l’istante in cui qualcosa è possibile, e subito dopo non lo è più.

Come l’usavano i greci

I greci distinguevano il chronos, il tempo che scorre uguale e misurabile, dal kairós, il momento opportuno che va colto, ma al kairós avevano dato anche un volto, e quel volto è una straordinaria intuizione simbolica della civiltà greca. Lo scultore Lisippo, nel quarto secolo avanti Cristo, realizzò una celebre statua in bronzo del dio Kairos, collocata a Sicione. La statua è perduta, ma la sua immagine ci è stata tramandata da un epigramma di Posidippo, costruito come un dialogo tra il viandante e il dio stesso. Devo ammetterlo, è un ritratto che, una volta conosciuto, non si dimentica più.

Kairos è un giovane, colto nell’atto di correre, sollevato sulle punte dei piedi, con piccole ali alle caviglie. Vola, non cammina, in mano stringe un rasoio, perché l’occasione è affilata come una lama, e dura quanto il filo di una lama. Ma andiamo al dettaglio che lo rende immortale: la sua pettinatura. Sulla fronte Kairos ha un folto ciuffo di capelli, dietro, la nuca è completamente rasata, liscia, calva.

L’epigramma spiega perché. Chi vede arrivare l’occasione di fronte può afferrarla per il ciuffo, ma se la lascia passare, se esita, se aspetta un momento di troppo, quando si volta per riprenderla trova solo una nuca liscia su cui le dita scivolano. L’occasione si afferra mentre arriva, di fronte, o non si afferra più, da dietro non c’è presa. I greci hanno scolpito nel bronzo ciò che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita: il rimpianto per l’attimo in cui avremmo dovuto agire ma non l’abbiamo fatto, e adesso è troppo tardi.

Come la usiamo oggi

E qui serve sgombrare il campo da un equivoco che troppo spesso sento in molte occasioni formative. Il kairós non è il carpe diem, non è l’attimo fuggente da godere prima che svanisca. Quella è un’altra saggezza, oraziana, che invita a cogliere il piacere del presente perché tutto passa. Il kairós riguarda l’istante in cui una scelta, una parola o un gesto trovano il loro tempo. Possiamo sintetizzare: il carpe diem guarda all’attimo che fugge e invita a goderlo; il kairós guarda all’attimo che si apre e invita a coglierlo per agire.

Tornando a noi, viviamo immersi nel chronos e quasi ciechi al kairós. Misuriamo tutto in quantità di tempo: ore di lavoro, scadenze, calendari, produttività al minuto. Abbiamo orologi ovunque e una percezione del tempo sempre più povera, perché sappiamo sempre che ore sono e non sappiamo quasi mai se è il momento giusto. Il kairós richiede una facoltà che il chronos non chiede: il discernimento, saper riconoscere, dentro il flusso uniforme delle ore, l’istante che è diverso da tutti gli altri, quello in cui una cosa va detta, fatta, tentata, e dopo il quale non si potrà più.

In parole povere, è la differenza tra chi sa che ore sono e chi sa che momento è. Si può essere puntualissimi nel chronos e perdere ogni kairós della propria vita. Pensiamo alla parola che andava detta a qualcuno prima che fosse troppo tardi, alla scelta che andava fatta finché era ancora possibile, all’occasione che ci si è presentata di fronte una sola volta, col suo ciuffo, e che abbiamo lasciato passare credendo di poterla riprendere con calma.

C’è una saggezza precisa in quel dio dalla nuca calva, ci dice che il tempo non è tutto uguale, e che essere pronti vale più che essere veloci. Chi vive solo di chronos crede che ci sarà sempre un’altra occasione, che le cose possono aspettare, che il momento giusto tornerà, ma Kairos insegna il contrario: certi varchi si aprono una volta sola, il filo dell’ordito si chiude, la spola non passa più.

Ed ora ci siamo, perché qui Kairos incontra una parola che abbiamo da poco attraversato. Moira ti assegna una porzione di vita, una parte che non hai scelto e dentro la quale ti muovi. Kairos ti mostra l’istante in cui quella porzione può essere giocata al meglio. Il destino ti dà le carte, l’occasione ti dà il momento per calarle. Una vita riuscita, per i greci, stava in questo incontro: conoscere la propria parte, e saper riconoscere l’attimo in cui quella parte può diventare azione. Senza saper cogliere l’istante, anche la porzione più ricca resta una mano di carte mai giocata.

Attenzione, non voglio consigliare di vivere nell’ansia di non perdere nulla, è proprio questo il modo moderno di fraintenderlo. Dobbiamo cercare di avere attenzione, presenza, la capacità di sentire quando un momento è maturo, perché il ciuffo di Kairos si offre solo a chi sta guardando nella sua direzione. Le occasioni della vita non si afferrano correndo più forte. Si afferrano essendo presenti quando passano davanti a noi.

Fonti: Posidippo, Antologia Palatina; Callistrato, Descrizioni; Fedro, Favole.