Le parole del mito: Daimon

Il daimon greco non era un demone ma una guida luminosa, la voce che conosce chi siamo. Da Eraclito a Socrate, la parola del destino interiore e dell’eudaimonia.

La parola viene dal greco δαίμων (daímōn), e oggi quasi nessuno la usa più nel suo senso originale. Quando sentiamo “demone” pensiamo a qualcosa di malvagio, a una creatura infernale, insomma l’opposto di un angelo. Questo significato però non era quello greco, anzi era l’opposto. Il daimon greco era una presenza divina che accompagnava l’esistenza umana e ne determinava in parte il destino. Poteva essere una forza protettiva, una guida o anche una voce interiore, come vedremo con Socrate. Solo più tardi questa figura assunse sempre più il significato di una presenza personale che orienta l’uomo verso la propria natura. Il fraintendimento finale è arrivato con il cristianesimo, che ha tradotto “daimon” con “demone” caricandolo di valenza diabolica. Prima di quel rovesciamento, per quasi mille anni, daimon era stata una parola luminosa.

Come l’usavano i greci

In Esiodo, nel poema delle Opere e Giorni, i daimones sono le anime degli uomini dell’età dell’oro, la prima e più felice età del mondo. Quando quegli uomini sono morti, gli dèi li hanno trasformati in spiriti benevoli che continuano a vagare sulla terra come custodi degli uomini viventi. Sono presenze invisibili che vegliano sugli uomini, osservano le azioni dei mortali e custodiscono la giustizia di Zeus. Da questa antica idea nasceranno, nei secoli successivi, interpretazioni più personali del daimon come compagno spirituale del singolo individuo.

Eraclito, nel quinto secolo avanti Cristo, condensa questa idea in una frase: ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων (ethos anthropōi daimon), che significa letteralmente “il carattere per l’uomo è il suo daimon”. In altre parole, il destino di ciascuno non è scritto fuori di lui, ma dentro. Il daimon è il modo in cui ognuno è fatto, la sua indole, le sue inclinazioni, le sue passioni. Vivere bene significa ascoltare questo daimon e seguirlo. Vivere male significa ignorarlo, andare contro la propria natura, vivere la vita degli altri invece della propria.

Avevamo accennato che il caso più famoso è quello di Socrate. Platone, nell’Apologia e in altri dialoghi, racconta che Socrate sentiva dentro di sé una voce che chiama “daimonion”, il suo daimon personale. Questa voce non gli diceva mai cosa fare, gli diceva solo cosa non fare. Quando stava per compiere un’azione sbagliata, la voce interveniva e lo fermava. Socrate l’aveva ascoltata per tutta la vita e anche quando i giudici di Atene lo condannarono a morte ingiustamente, Socrate accettò il verdetto senza ribellarsi, e disse ai discepoli che il suo daimon non era intervenuto per fermarlo lungo tutto il processo. Quindi quella morte, per quanto ingiusta, era nella sua strada, il daimon non gli aveva detto di fuggire. E lui non fuggì.

Platone, nel Mito di Er alla fine della Repubblica, aggiunge altri elementi. Prima di rinascere ogni anima sceglie il tipo di vita che vorrà vivere, e un daimon viene poi assegnato come custode di quella scelta. Sceglie così quale tipo di vita vorrà condurre, quali doni avrà, quali prove dovrà attraversare e una volta effettuata la scelta, l’anima beve dalle acque del Lete e dimentica la propria scelta. Quindi quando nasce ha dimenticato tutto, ma per tutta la vita qualcosa dentro di lei continua a richiamarla verso ciò che aveva scelto di essere. Quel richiamo, per Platone, è la voce del suo daimon.

Come la usiamo oggi

Diciamo che abbiamo perso quasi tutto. La parola “demone” è diventata sinonimo di forza malefica, di tentazione, di possessione. Quando uno dice “ho i miei demoni dentro” intende le sue ombre, i suoi traumi, le sue cose oscure, il senso originale, che era esattamente opposto, è scomparso.

Credo sia una perdita importante, perché il daimon greco ci diceva una cosa che la nostra cultura ha smarrito. Ci diceva che ognuno di noi è venuto al mondo per fare qualcosa di preciso, e che questa cosa la sappiamo già dentro, anche se l’abbiamo dimenticata. La voce che ci dice cosa non fare, quella sensazione di disagio quando stiamo prendendo una strada che non è la nostra, l’inquietudine che proviamo quando viviamo la vita di qualcun altro, sono tutte forme del nostro daimon che parla. Lui sa chi siamo, anche quando noi non lo ricordiamo più.

I greci avevano persino una parola per indicare la condizione di chi vive in accordo col proprio daimon. La chiamavano eudaimonia, e per noi è “felicità”, anche se in realtà significa qualcosa di un po’ più preciso: “avere un buon daimon”, essere in armonia con la propria voce interiore. La felicità, per i greci era diventare ciò che si è, non c’è felicità più grande, e non c’è infelicità più grande del suo contrario, dis-eudaimonia, vivere in conflitto con la propria natura.

Esistono suggerimenti? Sono monotono. Non lo so. Per chi vede il daimon greco come una superstizione, posso solo dire che per me invece era il riconoscimento che ogni vita ha una direzione propria, e che ignorarla può costare caro. Oggi viviamo in una cultura che ci dice di poter essere qualunque cosa, di scegliere liberamente, di non avere limiti. Effettivamente è un’idea esaltante, ma tirannica al tempo stesso, perché se posso essere qualunque cosa, allora la responsabilità di quello che divento è tutta sulle mie spalle, e ogni fallimento è solo colpa mia.

I greci dicevano una cosa diversa, e solo in apparenza meno libera. Tu non sei tutte le cose possibili, sei una cosa precisa, e quella cosa lavora dentro di te dalla nascita. Il tuo compito non è scegliere, è riconoscere, quindi ascoltare più che costruire. Non diventare ciò che non sei, ma trova ciò che già sei.

Sì, forse era una libertà più piccola, ma era anche meno crudele, perché ti diceva che non eri solo, anche quando ti sembrava di esserlo. Avevi accanto, dentro di te, una voce che ti conosceva meglio di chiunque altro e in fondo bastava ascoltarla. E quando si sbagliava strada, quella voce sapeva farsi sentire.

Fonti: Esiodo, Opere e Giorni; Eraclito, Frammenti; Platone, Apologia di Socrate; Platone, Repubblica.