Le parole del mito: Penthos

Penthos era il lutto di chi resta, il dolore che dura e chiede tempo. La parola greca del cordoglio, tra góos e thrênos e il lamento sul corpo di Ettore.

La parola greca πένθος (pénthos) indica il lutto come tempo lungo: quello di chi resta e deve continuare a vivere portando il peso della perdita. Pénthos è il dolore prolungato di chi resta, la condizione di chi ha perduto qualcuno e deve continuare a vivere portandone il peso. I greci avevano per questo dolore una parola dedicata, distinta da tutte le altre con cui indicavano la sofferenza, perché sapevano che il lutto è una cosa a sé, con un suo tempo, una sua forma, e persino un suo lavoro da compiere.

Come l’usavano i greci

La cosa che più ci sorprende, oggi, è quante parole avessero per ciò che noi chiamiamo genericamente “dolore”. Dove noi abbiamo un termine solo, loro ne avevano molti, e ciascuno indicava uno stato preciso. Il pénthos era lo stato del lutto, la condizione di chi è in cordoglio. Il góos era il lamento spontaneo, il pianto rotto e personale dei familiari attorno al morto, la voce che esce da sola quando si perde qualcuno. Il thrênos era invece il canto funebre vero e proprio, più formale, composto e cantato, spesso affidato a chi sapeva farlo, un lamento costruito che celebrava il defunto.

Quindi non sono sinonimi, sono piuttosto forme diverse della stessa esperienza. I greci distinguevano lo stato interiore del lutto dal lamento intimo e dal canto pubblico, per loro il dolore aveva tappe precise, e ognuna aveva un nome.

La scena più conosciuta di tutto questo chiude l’Iliade. Dopo che Achille ha restituito al vecchio Priamo il corpo di Ettore, a Troia si compie il lutto per Ettore. Tre donne si avvicendano sul suo corpo, e ognuna leva il proprio lamento. Andromaca, la moglie, piange il marito e il figlio piccolo che crescerà orfano, ma piange anche la città che senza il suo difensore è già perduta. Ecuba, la madre. Ed Elena, colei per cui tutto era cominciato, che piange l’unico che a Troia non l’aveva mai trattata con disprezzo. Il poema bellico per eccellenza, non si chiude con una battaglia, si chiude con il lamento delle donne attorno al corpo di Ettore.

È inutile, dobbiamo sempre riconoscere la sapienza greca, perché quel lamento rituale aveva una funzione, ed era riconosciuta: era un rimedio per il dolore. Non si può cancellare il dolore, ma almeno così gli si dava una forma. Il pianto disciplinato dentro il canto, il dolore condiviso da una comunità, la perdita inserita nell’ordine delle cose umane, tutto questo serviva a chi restava per attraversare il lutto invece di esserne distrutto. Il rito rendeva il dolore sopportabile dandogli un tempo, uno spazio, delle parole e delle voci.

Come la usiamo oggi

Inutile dirlo, abbiamo perso gran parte di questo, anche perché le nostre parole per il dolore sono diventate poche e generiche. Soprattutto abbiamo lasciato indebolire la dimensione pubblica e condivisa del lutto. Qualcosa resiste, perché il funerale, la veglia, il raccogliersi della comunità attorno a chi ha perduto qualcuno restano riti vivi e bisogna ammettere che molti di questi sono ancora il luogo dove il dolore trova voce e compagnia. Ma attorno a quei riti la cultura che li sosteneva si è assottigliata. Il rito dura un giorno, e il giorno dopo si ricomincia come se nulla fosse. Il cordoglio si comprime in poche ore, poi ci si aspetta che ciascuno se la veda da solo. Per i greci il dolore aveva un coro, delle voci, una comunità che si stringeva per giorni attorno a chi restava. Oggi il rito c’è ancora, ma è diventato un’isola in mezzo a una vita che chiede di rimettersi in fretta in carreggiata, e fuori da quell’isola chi soffre torna presto solo.

Abbiamo tolto al lutto il suo tempo, ci sentiamo di vivere in una società che misura tutto in efficienza e che fatica a tollerare il dolore che dura. Allora si cerca spesso di abbreviarlo, di renderlo invisibile, di ricondurlo rapidamente alla normalità. “Devi reagire”, “la vita continua”, “non puoi piangere per sempre”: sono le formule con cui chiediamo a chi è nel pénthos di uscirne in fretta, non per lui o lei, ma per noi, per non doverlo guardare.

Per i greci il dolore aveva un coro, delle voci, una comunità che si stringeva attorno a chi aveva perduto. Oggi il lutto è diventato soprattutto una faccenda privata, da vivere in silenzio e da soli, dietro una porta chiusa. Chi soffre si vergogna di pesare sugli altri, e gli altri, che non sanno cosa dire, tacciono o spariscono.

C’è una saggezza precisa in quelle tre donne che si avvicendano sul corpo di Ettore. Ci dicono che il dolore va detto, e va detto insieme. Che il lutto non è una debolezza da superare in privato, ma un passaggio che la comunità deve riconoscere e accompagnare. I greci sapevano che chi perde qualcuno ha bisogno di due cose che noi non gli diamo più: il tempo, perché il pénthos non si comanda e quindi non ha scadenze, e gli altri, perché un dolore portato da soli schiaccia, mentre un dolore condiviso a volte si può reggere.

I greci non avevano paura di guardare il dolore in faccia e di dargli un nome. Noi, che pure ci crediamo più liberi, davanti a un uomo in lacrime spesso non sappiamo fare altro che abbassare lo sguardo e sperare che gli passi presto. Così lo lasciamo solo proprio nel momento in cui i greci, più saggi di noi, gli avrebbero messo accanto un coro di voci.

Fonti: Omero, Iliade.