La parola viene dal greco ὕβρις (hýbris) e in italiano si traduce di solito con “tracotanza” o “superbia”. Sarò ripetitivo, ma queste sono sempre traduzioni parziali, perché la semplice superbia non basta a descriverla, Hybris indicava il rifiuto di accettare la propria misura mortale. Per i greci ogni essere aveva una propria porzione assegnata, un suo posto preciso nel cosmo. L’uomo ne aveva una piccola, gli dèi ne avevano una più grande. Quando l’uomo provava a uscire dalla sua porzione, a guardare al di sopra del proprio confine, a comportarsi come se gli spettasse di più di quanto gli era stato assegnato, commetteva hybris. Il termine indicava al tempo stesso un sentimento interiore (la presunzione) e un’azione concreta (il gesto che lo manifestava).
C’è un dettaglio che vale la pena conoscere. Nella legislazione di Atene, hybris era anche un reato giuridico codificato. Era l’oltraggio pubblico compiuto senza versare sangue. Ad esempio, schiaffeggiare un cittadino libero, umiliarlo davanti agli altri, infangare il suo onore, era un crimine pubblico che la polis perseguiva d’ufficio. Quindi hybris non era solo concetto religioso o morale, era anche reato civile. Il greco antico aveva codificato la tracotanza come crimine perseguibile.
Come l’usavano i greci
In Esiodo, nelle Opere e Giorni, Hybris è personificata come opposta a Dike (giustizia). Esiodo dice: “ascolta la giustizia, non lasciare crescere la hybris”. Per il poeta dell’età arcaica, hybris era la malattia della comunità prima ancora che del singolo, una città dove cresceva la tracotanza era una città destinata ad essere distrutta.
Nelle Storie di Erodoto, la guerra persiana è attraversata continuamente dal tema della hybris. Serse, il grande re di Persia, decide di attraversare l’Ellesponto con un esercito immenso per conquistare la Grecia e, per farlo, costruisce un ponte di navi. Quando una tempesta lo distrugge, ordina di flagellare il mare con trecento colpi di frusta e di gettarvi delle catene, come se potesse punire ciò che aveva osato resistere alla sua volontà. Per Erodoto quel gesto è hybris allo stato puro: l’uomo che pretende di sottomettere una forza della natura e dimentica il limite della propria condizione mortale. Serse perderà poi la guerra, e il lettore ha quasi l’impressione che la sua sconfitta fosse già contenuta in quella frustata.
Nella tragedia greca, hybris è il motore di quasi ogni catastrofe. Penteo nelle Baccanti, che pretende di controllare la forza di Dioniso e di negarne la natura divina, Creonte che oppone le proprie leggi a quelle non scritte degli dèi, Agamennone che cammina sul tappeto rosso che Clitemnestra gli stende ai piedi sapendo che è un onore riservato agli dèi. Tutti e tre commettono hybris, e tutti e tre vengono puniti. Aristotele, nella Poetica, analizzerà questo meccanismo attraverso il concetto più ampio di hamartia, l’errore che conduce l’eroe alla caduta.
Spesso i Greci immaginavano una sequenza in cui l’accecamento della mente (Ate) conduce l’uomo oltre il limite della hybris, e la hybris richiama poi Nemesis, la forza che ristabilisce l’equilibrio violato, spiegando così quasi ogni caduta storica.
Come la usiamo oggi
Hybris è una delle pochissime parole greche che usiamo ancora intatta nel nostro vocabolario. La trovi nei giornali, nei saggi, nei discorsi politici. Si parla di “hybris di un dittatore”, “hybris di una multinazionale”, “hybris di un’epoca”, la parola è sopravvissuta perché descrive qualcosa che continuiamo a vedere ogni giorno.
Però abbiamo perso la dimensione cosmica. Per i greci hybris era un crimine contro l’ordine del mondo, non solo contro altri uomini. Oggi la usiamo per indicare una superbia personale, magari pericolosa, ma non più legata a un equilibrio universale, è diventata una caratteristica individuale che descriviamo, non un atto contro il mondo.
Inoltre, possiamo affermare che abbiamo perso anche la dimensione giuridica. Atene aveva una legge specifica contro l’oltraggio pubblico, e chiunque assistesse poteva denunciare l’aggressore, perché era un crimine perseguibile da chiunque, non solo dalla vittima. Oggi le nostre leggi ci proteggono dalla violenza fisica, dalla diffamazione, dal furto ma non ci proteggono più dall’umiliazione pubblica. L’oltraggio è stato declassato a fatto privato, e ognuno deve cavarsela da sé.
Esistono suggerimenti? Conoscete la risposta. Non lo so. Hybris descrive un modo di stare al mondo e pretendere più di quanto ci spetta. Significa voler salire sopra la nostra porzione, rifiutare di accettare che non siamo gli unici, e nemmeno i più importanti. I greci sapevano che hybris è la malattia di chi ha avuto fortuna, perché il fortunato comincia a credere che quella fortuna sia merito suo, e da lì all’idea di essere superiore agli altri il passo è breve.
Il rimedio, per i greci, era ricordarsi della propria mortalità. Molti filosofi antichi invitavano l’uomo a ricordare la propria mortalità. Era un modo di riconoscere la vera misura. Chi ricorda che sta per morire non commette hybris, perché sa che la sua porzione è limitata nel tempo e nello spazio.
Oggi questa pratica è sparita. La cultura contemporanea fa l’opposto, ci spinge a non pensare alla morte, a sentirci sempre giovani, sempre potenti, sempre in crescita, esattamente la dieta che fa crescere la hybris. I greci avrebbero detto che una civiltà come la nostra, che ha rimosso la morte dal proprio orizzonte quotidiano, è una civiltà destinata alla tracotanza e che dopo la tracotanza, prima o poi, viene Nemesis. Ecco, prima o poi viene Nemesis. Loro lo sapevano. Noi forse no.
Fonti: Esiodo, Opere e Giorni; Erodoto, Storie; Aristotele, Poetica.
