Le parole del mito: Nostos

Nostos era il ritorno dell’eroe dalla guerra, e non sempre era dolce. Dai Nostoi perduti ad Agamennone, la parola greca da cui nasce, secoli dopo, la nostalgia.

Quando sentiamo la parola nostos, il pensiero corre quasi sempre all’Odissea. Difficile non collegare il nostos a Odisseo che, alla corte dei Feaci, ascolta cantare la propria guerra e piange, con il pensiero a Itaca che lo aspetta oltre il mare dopo vent’anni di assenza. È lì che la nostra cultura ha fissato questa parola, e l’ha chiusa, quasi sempre, in quella storia sola. Ma il nostos è molto più ampio, e ridurlo al ritorno di un solo eroe significa non averne colto la portata.

La parola viene dal greco νόστος (nóstos) e significa ritorno, il ritorno a casa di chi è partito per la guerra ed è sopravvissuto. Per i greci non indicava soltanto il rientro fisico nella propria terra, ma il recupero di sé: la famiglia, la casa, il proprio posto nella comunità. Era recuperare l’identità che la guerra e il tempo avevano messo a rischio.

Come l’usavano i greci

Intorno a questa parola i greci avevano costruito un intero genere di poemi, i Nostoi, “i ritorni”. Non il ritorno di uno, ma i ritorni di tutti gli eroi reduci da Troia, ciascuno con la sua sorte. Quei poemi sono andati quasi tutti perduti, e qui sta il punto, perché di tutti quei ritorni, la memoria dell’antichità ha privilegiato un ritorno sopra tutti gli altri: quello di Odisseo. Gli altri, i più cupi, li abbiamo lasciati cadere, eppure erano la maggioranza, perché per i greci tornare era tutto fuorché garantito, e, inoltre, quasi mai era dolce.

Pensiamo ad Agamennone, il capo di tutti gli Achei, il re dei re. Attraversa dieci anni di guerra, sopravvive a Troia, compie il suo nostos, rimette piede nella sua reggia di Micene e lì, dove credeva di aver finalmente chiuso la sua storia, lo aspetta la fine peggiore. Sua moglie Clitemnestra, che ha covato per dieci anni l’odio per il sacrificio della figlia Ifigenia, lo uccide mentre è inerme, nel bagno, avvolto in un drappo da cui non riesce a districarsi. Agamennone supera la guerra più lunga del mito per morire disarmato in casa propria, ucciso da chi lo aspettava sulla soglia. Il suo nostos è una trappola. La casa, per lui, non è l’approdo, è il luogo dove la morte ha avuto la pazienza di attenderlo.

E non è il solo, Menelao vaga per anni, trascinato fino in Egitto, prima di rivedere Sparta. Molti altri fanno naufragio, tornano a regni usurpati, trovano case vuote o non tornano affatto. Il ritorno, nei Nostoi, è spesso il momento in cui la sorte presenta il conto di tutto il sangue versato a Troia. Odisseo, quello a cui pensiamo sempre, è l’eccezione, non la regola, è il ritorno che, nonostante tutto, giunge a compimento, e forse proprio per questo lo abbiamo ricordato e tendiamo a dimenticare gli altri. Ci piace pensare che si torni, che la casa ci aspetti, che la storia si chiuda bene, ma i greci sapevano che è raro.

Come la usiamo oggi

Qui devo fare una precisazione, la parola “nostalgia”, che ci sembra antichissima, i greci non la conoscevano. È una parola moderna, costruita solo nel Seicento da un medico svizzero, Johannes Hofer, che mise insieme il greco nostos, ritorno, e algos, dolore, per dare un nome a una malattia: il mal di casa dei soldati mercenari svizzeri mandati a combattere lontano, che si ammalavano per il desiderio della propria terra. Nostalgia, alla lettera, è il dolore di chi desidera tornare a casa e non può farlo.

Quindi il greco aveva il nostos, il ritorno, e a parte aveva l’algos, il dolore. Siamo stati noi, secoli dopo, a fonderli in una parola sola, e questo ci dice che per i greci il ritorno era un’impresa, qualcosa da compiere, con le sue prove e i suoi pericoli, mentre per noi è diventato un sentimento, una mancanza, una ferita che ci portiamo dentro. Loro raccontavano il viaggio verso casa, noi raccontiamo la pena di starne lontani.

Oggi, per molti, perfino la nostalgia è diventata difficile, perché non è sempre chiaro dove sia casa. Ci spostiamo, cambiamo città, cambiamo vita, abitiamo luoghi che non ci conoscono e che lasceremo senza voltarci. Agamennone tornava a Micene, Odisseo a Itaca, e anche quando il ritorno era una trappola, almeno c’era un luogo preciso che li reclamava, una soglia che era la loro. Molti di noi hanno perso perfino la nostalgia, perché la nostalgia ha bisogno di una casa, di una soglia che ci appartenga, di un luogo che continui a reclamarci anche da lontano. Un uomo senza un luogo del ritorno è più solo di un naufrago, perché il naufrago almeno sa verso quale riva vorrebbe nuotare.

Il nostos ci ricorda che tornare conta quanto partire. La nostra cultura celebra la partenza, il movimento, il reinventarsi altrove. Io stesso, che ho cambiato venti città, so che partire serve, ma i greci avevano capito che un viaggio prende senso se da qualche parte resta qualcosa che ti aspetta, un luogo a cui la tua storia appartiene, fosse anche solo per scoprire, come Agamennone, che nel frattempo è cambiato tutto. Forse la domanda non è dove andremo, ma se da qualche parte esiste ancora una casa capace di riconoscerci quando torneremo.

Fonti: Omero, Odissea; Eschilo, Agamennone.