La parola viene dal greco μοῖρα (moîra), e prima di significare “destino” significava qualcosa di molto più concreto: la parte, la porzione, la quota che spetta a ciascuno. Era la stessa parola che indicava la fetta di carne nel banchetto, la parte di bottino assegnata a un guerriero dopo la battaglia, la porzione di terra che toccava a un erede. Moira era ciò che ti viene dato in spartizione, ciò che è tuo perché qualcuno l’ha diviso e te l’ha assegnato. Solo dopo, da questo senso materiale, la parola è salita fino a indicare la porzione di vita che a ciascuno è toccata. Il tuo destino, per i greci, non era altro che questo: la tua parte, non quella che hai scelto, ma quella che ti è capitata.
Come l’usavano i greci
In Omero la Moira è una sola. È una forza oscura, impersonale, che fissa il limite di ogni vita e soprattutto il momento della morte. Gli eroi dell’Iliade vivono sotto questa parola continuamente. Achille sa di avere davanti a sé due versioni della moira: una vita lunga e senza gloria in patria, oppure una vita breve che gli avrebbe dato una fama eterna. Il destino, qui, non è un disegno benevolo: è un confine, la riga oltre la quale non si va.
È con Esiodo, nella Teogonia, che le Moire diventano tre, e prendono i nomi con cui le conosciamo. Cloto, “la filatrice”, fila il filo della vita al momento della nascita. Lachesi, “colei che assegna la sorte”, misura quanto filo spetta a ciascuno, stabilisce la lunghezza e ciò che dentro quella lunghezza accadrà. Atropo, “l’inflessibile”, colei che non si lascia piegare, taglia il filo quando il tempo è finito. Tre gesti antichissimi, tre momenti del mestiere più domestico che esista, la filatura, usati per dire: nascere, durare, morire. I greci hanno immaginato il destino come un lavoro di donne attorno a un fuso, e bisogna ammetterlo, non c’è immagine migliore. Il filo si fila una volta sola, non si riavvolge, e quando è tagliato è tagliato.
Le fonti discutono persino sul rapporto tra le Moire e Zeus. In molti passi le Moire sono figlie proprio di Zeus e di Temi, l’ordine divino, e il padre degli dèi appare come il garante del loro lavoro. In altri momenti, però, perfino Zeus sembra doversi piegare a ciò che è stato filato. Nell’Iliade c’è una scena celebre: suo figlio Sarpedonte sta per morire in battaglia, e Zeus vorrebbe salvarlo. Era lo ferma, e gli ricorda che, se sottraesse un uomo alla morte che gli è toccata, romperebbe l’ordine intero, e tutti gli altri dèi pretenderebbero lo stesso per i propri figli. Zeus lascia morire il figlio, ma chiariamo, non è che gli manchi il potere di salvarlo, ma farlo significherebbe infrangere l’ordine che tiene insieme il mondo. La Moira, qui, non è una catena fisica che lega anche gli dèi: è il principio stesso dell’ordine, e nemmeno il più potente degli dèi può violarlo senza rischiare di distruggere tutto.
Come la usiamo oggi
Abbiamo tenuto la parola “destino” ma, come al solito, abbiamo perso quasi tutto il resto. Per noi il destino è qualcosa che si oppone alla libertà, un nemico da battere. “Non esistono destini, esistono scelte”, diciamo, e crediamo che la vita sia una pagina bianca, e che ogni cosa dipenda da quanto vogliamo, da quanto ci impegniamo, da quanto crediamo in noi stessi. È una cultura che ha cancellato la parola “porzione”, anche perché nessuno accetta più volentieri l’idea di avere una parte già assegnata, qualcosa che non ha scelto e che non può cambiare.
Eppure la moira greca diceva una cosa che continuiamo a sperimentare ogni giorno, anche se non vogliamo più nominarla. Ci diceva che ci sono cose che non abbiamo scelto e che ci rendono unici: il luogo in cui siamo nati, la famiglia che ci è toccata, il corpo che abbiamo, il tempo storico in cui siamo capitati, i talenti e i limiti con cui siamo venuti al mondo. Una porzione precisa, distribuita prima che potessimo dire la nostra. La saggezza antica non chiedeva di rassegnarsi a questa parte, ma chiedeva di riconoscerla, perché solo chi sa qual è la propria porzione può viverla davvero, invece di consumare la vita a desiderare quella di un altro.
C’è una parola che abbiamo incontrato di recente in questa serie, e che con moira forma una coppia esatta. Daimon era la guida della propria natura e della propria vocazione, il richiamo verso ciò che siamo chiamati a realizzare. Moira è il suo opposto e il suo completamento: la parte che ci è stata data dall’esterno, prima di ogni voce e di ogni scelta. Per i greci una vita riuscita era l’incontro tra queste due cose, ascoltare il proprio daimon, cioè la chiamata interiore, dentro i confini della propria moira, cioè la porzione che ci è toccata. Non oltre quei confini, perché chi pretende una parte che non è la sua, si sa, incontra Nemesis. Ma, attenzione, neppure al di sotto, perché chi non vive la propria parte spreca la vita.
La nostra cultura, nella migliore delle ipotesi, ci ha convinti che siamo solo daimon, solo chiamata, solo possibilità infinita, e che la moira sia un’offesa da combattere, i greci, però, sapevano che siamo entrambe le cose. Siamo una voce che chiama, dentro una porzione che non abbiamo scelto. La saggezza consiste nel riconoscere la propria porzione e scoprire fino a dove la propria voce può arrivare al suo interno.
Fonti: Omero, Iliade; Esiodo, Teogonia.
