Le parole del mito: Pothos

Pothos era il desiderio greco per ciò che è lontano, perduto, irraggiungibile. Da Platone al pothos di Alessandro Magno, la parola del desiderare ciò che manca.

Noi abbiamo una parola sola per dire che vogliamo qualcosa. Diciamo desiderio, e in quella parola ci mettiamo dentro un po’ tutto: il desiderio di un corpo, di un viaggio, di una persona lontana, di una cosa che non abbiamo mai avuto. I greci, che per queste sfumature avevano più parole, per indicare il desiderio usavano tre parole diverse, e ciascuna indicava una cosa distinta.

Eros era il desiderio in sé, la forza, la potenza che attrae e che muove. Himeros era la brama immediata, il desiderio acceso per ciò che hai davanti, il fuoco del presente, la mano che si tende verso il corpo che è lì. Poi c’era Pothos, che era la più sottile delle tre e sicuramente la più malinconica. Pothos era il desiderio per ciò che è assente, il desiderio rivolto a chi è lontano, a ciò che è perduto, a quello che non si può avere. Non il desiderio di ciò che è presente, ma lo struggimento per ciò che manca.

Come l’usavano i greci

Lo stesso Platone, nel Cratilo, richiama questa differenza. Quando l’oggetto del desiderio è presente, davanti a noi, raggiungibile, si chiama himeros. Quando invece quello stesso oggetto è altrove, lontano, assente, allora il desiderio cambia nome e diventa pothos. È la stessa forza, ma a seconda della distanza prende un nome diverso. I greci avevano capito che desiderare ciò che hai vicino e desiderare ciò che ti manca sono due esperienze diverse, e quindi meritavano due parole.

Pothos era anche una divinità, faceva parte degli Eroti, le potenze alate dell’amore; insieme ai suoi fratelli Eros e Himeros, accompagnavano Afrodite. Ma mentre Eros e Himeros erano la passione e l’ardore, Pothos invece aveva un’altra natura, e lo si intuisce nella statua che gli dedicò Skopas, nel quarto secolo avanti Cristo. Un giovane nudo, appoggiato con languore a un sostegno, lo sguardo rivolto altrove. Non guarda chi gli sta davanti, guarda lontano, verso un punto che noi non vediamo, e in quello sguardo c’è già tutto il desiderio per ciò che manca.

C’è poi un uso di questa parola che la fa uscire dall’amore per entrare nella storia. Gli storici antichi, e Arriano in particolare, raccontano che Alessandro Magno era posseduto da un pothos. Usano proprio questa parola, proprio pothos: il desiderio struggente di andare oltre, di raggiungere ciò che nessuno aveva raggiunto, di vedere l’oceano alla fine del mondo, di spingersi dove finiva la terra conosciuta. Ogni volta che arrivava a un confine, Alessandro era preso dal pothos di ciò che stava ancora più in là. Desiderava l’oltre in quanto tale, l’irraggiungibile, il punto sempre più lontano del confine raggiunto, ed è qui che il pothos rivela la sua vera natura. Un desiderio rivolto a ciò che è sempre più lontano non si può saziare mai.

Infatti, quando Alessandro raggiungeva la meta, quella meta smetteva di essere lontana, e quindi smetteva di nutrire il pothos, restava solo il desiderio del confine successivo. Si racconta che, arrivato ai limiti del mondo allora conosciuto, abbia pianto, la tradizione lo dice in molti modi, e forse è una leggenda, ma è una leggenda “veritiera”, perché coglie la verità del pothos: chi desidera l’irraggiungibile non trova pace nemmeno quando arriva, perché desiderava la lontananza stessa, e raggiungendola la annulla.

Come la usiamo oggi

Di queste tre parole, a noi è rimasta solo la prima. Diciamo eros, o ne facciamo “erotico”, ma abbiamo perso le altre due. Col tempo quella distinzione si è attenuata e noi ne siamo gli eredi. Pothos è stato via via assorbito in Eros, i suoi tratti si sono confusi, quella precisione è ormai persa. Abbiamo una parola sola, desiderio, e non distinguiamo più tra ciò che bramiamo perché è qui e ciò per cui struggiamo perché è lontano.

Ma c’è qualcosa di più, e riguarda proprio il pothos. Noi non abbiamo soltanto perso la parola, stiamo perdendo l’esperienza che quella parola nominava. Perché il pothos ha bisogno di una condizione precisa per esistere: l’assenza. La distanza, la mancanza, l’attesa, il tempo che separa da ciò che si desidera, noi paradossalmente abbiamo costruito, con pazienza, un mondo che cancella l’assenza. Tutto è disponibile subito, raggiungibile, consegnabile, visibile nel momento in cui lo pensiamo. La persona lontana è a un messaggio di distanza, la cosa desiderata a un clic, il luogo remoto a un video. Cerchiamo così il modo di abolire l’attesa, e con l’attesa rischiamo di aver abolito il pothos.

Sì è vero, ci resta l’himeros, il desiderio del subito, della cosa che voglio e che posso avere adesso. Ma il pothos, il desiderio lungo per ciò che manca e che forse non avrò mai, quello si sta spegnendo per mancanza del suo nutrimento, che era la distanza. So che posso sembrare monotono, ma non è una perdita da poco, perché era nel pothos che nascevano le cose più alte che abbiamo fatto. La poesia d’amore è quasi tutta pothos, desiderio della persona lontana o perduta, e qualcosa di quel sentimento sopravvive ancora nella nostalgia, nel viaggio, nella ricerca, perfino in una certa idea di Dio come ciò verso cui si tende senza mai raggiungerlo.

Forse mi sto inerpicando un po’, ma ho l’impressione che una parte della nostra inquietudine venga anche da qui, da un mondo senza assenza, che è un mondo senza pothos. Un mondo dove tutto è raggiungibile è un mondo dove niente è davvero desiderato, perché il desiderio vero, quello che ci ha fatto scrivere, viaggiare, cercare, amare a distanza, aveva bisogno di un vuoto da colmare. I greci lo sapevano, e a quel vuoto avevano dato un nome e perfino un volto, quel giovane di Skopas che guarda lontano. Noi quel vuoto lo stiamo riempiendo tutto, e forse non ci accorgiamo che insieme al vuoto stiamo perdendo anche la capacità di guardare lontano.

Fonti: Platone, Cratilo; Arriano, Anabasi di Alessandro.