A mio personale avviso in una guerra non ci sono mai né vincitori né vinti. Sono convinta che in ogni conflitto ognuno perda qualcosa: i vinti perdono la propria libertà, perché costretti a piegarsi e sottomettersi alle volontà altrui; i vincitori, invece, la propria umanità, comportandosi al pari delle bestie, se non addirittura in maniera peggiore, e spesso tutta la loro violenza sfocia, senza alcuna pietà, sugli esseri più deboli e indifesi.
Questo è ciò che ci narra l’ateniese Euripide, uno dei più grandi poeti tragici antichi (480 circa – 406 a.C.), nella sua opera “Troiane”, descrivendoci la guerra di Troia, ma soprattutto ciò che avvenne quando questa vide la fine, come non era mai stata raccontata prima: dal punto di vista delle mogli dei guerrieri vinti e ammazzati. Donne della casata reale, tenute in catene nell’attesa di conoscere il loro triste destino e costrette ad osservare i resti della loro amata città dati alle fiamme.
Euripide vive al tempo di un’Atene potente, ma non è schierato dalla parte degli ideali tirannici della città, e ciò si evince in questa sua opera nella quale segue le tragiche vicissitudini di tre figure femminili travolte dalla spirale della violenza: Ecuba, che era la moglie del re Priamo e verrà assegnata come schiava ad Odisseo; Andromaca, che ha assistito alla morte del valoroso marito Ettore, in un duello contro Achille, e verrà invece assegnata a Neottolemo, figlio di Achille; e infine Cassandra, figlia del re e sacerdotessa di Apollo, che finirà tra le grinfie di Agamennone. Su ciascuna di esse grava un doloroso, imminente futuro: saranno costrette a partire verso un altrove che le porterà ad essere umiliate, schiavizzate ed oltraggiate in ogni modo.
Con le Troiane Euripide vuole dare voce alle vinte anziché ai vincitori, evidenziando le follie della guerra e manifestando il proprio desiderio di pace tra i popoli. L’opera è inoltre lo specchio di tutte quelle donne che sopravvivono alle guerre che imperversano in ogni tempo e che sono condannate, dai vincitori, ad essere schiave, esiliate, violentate e sottoposte a fatiche e privazioni.
Andromaca
Il primo a narrare le vicende della bellissima Andromaca è Omero nell’Iliade. Egli descrive la preoccupazione di una moglie che vede il proprio sposo Ettore prepararsi per andare in battaglia contro Achille e tenta di dissuaderlo, scongiurandolo con il loro figlioletto Astianatte tra le braccia:
“Ettore, tu sei per me padre, madre, fratello e sei anche il mio giovane sposo. Abbi pietà di me e resta qui sulla torre, non rendere orfano tuo figlio e vedova tua moglie!”
Ettore, seppur consapevole del pericolo a cui sta andando incontro, riesce a farla desistere dai suoi intenti e si rivolge a lei con parole profetiche:
“Soffro per te, che qualcuno dei Greci dalla corazza di bronzo potrà trascinare via piangente e priva per sempre della libertà… ma ora vai a casa, ritorna al telaio e al fuso, e ordina alle ancelle di fare il loro lavoro: la guerra spetta agli uomini, a tutti gli uomini di Troia e soprattutto a me.”
Andromaca è costretta ad allontanarsi dal marito, ma porta con sé, racchiuso nel suo cuore, l’infausto presagio ch’egli non avrebbe più fatto ritorno e che non lo avrebbe mai più rivisto; dunque, una volta giunta alla reggia, esorta tutte le ancelle a piangere con lei per l’amara sorte del suo sposo.
Nella tragedia di Euripide, Andromaca, apprestandosi a salire sulla nave che la condurrà come prigioniera di guerra alla reggia di Neottolemo (detto anche Pirro), figlio di Achille, si rivolge ormai colma di rassegnazione ad Ecuba:
“Godevo un tempo della buona fama che una vita onesta giustamente suscita: quando ero sposa di Ettore, fui attenta ad evitare ciò che poteva offendere il suo e il mio onore. Ho rinunciato a molte frivolezze, alle chiacchiere con care amiche, preferendo a tutto la quiete della mia casa. Quando mio marito ritornava, il mio viso era limpido e sereno; e dolce parlavo con lui, pronta a tacere, ma anche a prevalere, se fosse giusto. Queste virtù, note anche ai Greci, mi hanno perduta. Il figlio di Achille mi ha preteso per sé, e così sarò serva nella casa dell’assassino di Ettore! Ora, se mi concedo al mio nuovo signore, mi sentirò pessima donna, ma se lo disprezzo, mio figlio ed io saremo in pericolo. … Mi ripugna colei che dimentica il primo amore e passa al secondo… ma che posso fare io, trascinata a forza nella casa di un altro, se non piegarmi al giogo?”
Pur non mostrando alcuna intenzione di ribellione, ma pronta a piegarsi alle volontà di Neottolemo, le viene comunque strappato dalle braccia il figlioletto Astianatte. Oramai i Greci ne hanno decretato la morte e, per volere di Odisseo, il piccolo viene scaraventato dalle mura della città, affinché la stirpe di Priamo non abbia discendenza alcuna; e nell’attimo in cui gli afferrano a forza dalle braccia il figlio, ella urla con tutta la disperazione che ha in sé:
“Figlio adorato, conforto estremo dei miei giorni, devi lasciare sola tua madre… Ti getteranno dalle mura, senza pietà, una piccola cosa buttata via… quante volte ti ho stretto al mio seno, accarezzandoti il viso profumato! Quante dolci fatiche ho compiuto per te, con tanta gioia, cullandoti e avvolgendo nelle fasce il tuo tenero corpo”, e poi rivolta ai Greci: “Belve crudeli, che sapete escogitare supplizi nefandi, degni della barbarie più selvaggia… perché uccidere un bimbo? Sono gli inermi cuccioli, la preda dei leoni?”
Costretta a divenire concubina di Neottolemo, genera con lui un figlio, Molosso, ma questo scatena la gelosia di Ermione, che di Neottolemo era la sposa legittima e la accusa di esercitare arti magiche, che la rendano sterile, soltanto perché ambisce a prenderne il posto. Per questo motivo Neottolemo cede Andromaca allo schiavo Eleno, fratello di Ettore.
La ritroviamo nell’Eneide di Virgilio, in Epiro. Come ella stessa racconta ad Enea (sbarcato in Epiro durante le sue peregrinazioni alla continua ricerca della nuova patria destinata dal Fato), Neottolemo è stato assassinato a tradimento, lei ha sposato Eleno che è diventato il patrigno di Molosso e il quale ha ereditato una parte della regione dell’Epiro, dove ha costruito una città, una piccola Troia in cui lei è riuscita a ritrovare un minimo di serenità, benché non sia mai riuscita a dimenticare Ettore. Infatti Enea la vede nell’atto di celebrare un solenne rito funebre in onore del suo defunto marito. Inoltre la donna mostra una notevole premura verso Ascanio, figlio di Enea, che le ricorda tanto il suo piccolo Astianatte.
Cassandra
Cassandra era sacerdotessa nel tempio di Apollo, dio dal quale aveva ricevuto la facoltà della preveggenza. Ella era la figlia di Priamo ed Ecuba. Apollo, per guadagnarsi il suo amore, le aveva donato questa capacità ma, una volta che l’ebbe ricevuta, Cassandra rifiutò di donarsi a lui; così, infuriato, il dio la condannò a rimanere per sempre inascoltata, difatti le sue premonizioni non verranno mai credute da nessuno.
Questo triste destino la perseguiterà finché avrà vita. Infatti ella non riesce mai a convincere i suoi concittadini, né quando vaticina che Paride avrebbe portato alla rovina Troia, né tantomeno quando profetizza che il rapimento di Elena si sarebbe concluso in un disastro, e neppure quando cerca d’impedire che il cavallo di legno, lasciato dai Greci sulla spiaggia, venga trasportato in città, avvertendo ch’era colmo di soldati. Quando Troia fu distrutta, ella divenne la preda di guerra di Agamennone, che si narra fosse preso da desiderio per lei e perciò costretto a piegarsi all’attrazione per una schiava che, nonostante fosse sacerdotessa di Apollo, venne violata in maniera abominevole e poi costretta ad abbandonare il sacerdozio, per essere condotta in Grecia non come servitrice bensì come concubina di Agamennone; il quale, oltre a questo supplizio, firmerà la loro condanna a morte, per mano di Clitemnestra, che di Agamennone era la moglie.
Ecuba
Ecuba era la seconda moglie di Priamo, che generò al marito diciannove dei cinquanta figli che si dice il re di Troia avesse avuto, tra cui vi erano Ettore, Paride, Eleno, Polissena e Cassandra.
Omero nell’Iliade le assegna un ruolo importante: ella si reca con le matrone della città, al tempio di Pallade, per offrire un peplo alla dea; in seguito la ritroviamo intenta a supplicare il figlio Ettore, dall’alto delle mura che cingono Troia, di non affrontare Achille, ma non può far altro che piangerne afflitta la morte; e quando Priamo decide di andare in campo nemico per chiedere ad Achille di restituirgli il corpo del figlio, gli sconsiglia di farlo, perché teme per la sua incolumità.
Nelle Troiane Euripide ci racconta che persino il dio del mare Poseidone è afflitto e piange per la caduta di Troia, di cui lui ne ha costruito le possenti mura insieme al dio Apollo, e inoltre prova un’immensa pietà per il dolore di Ecuba:
“Fin da quando, con Apollo a compagno, innalzai queste mura… rotolando e sovrapponendo pietra su pietra su pietra… ebbene, ho avuto nel cuore questa città. Ma ora essa è cenere e fumo…. Ora i sacri recinti sono deserti, i templi grondano sangue, il vecchio re Priamo giace sgozzato ai piedi dell’altare di Zeus. E gli Achei trascinano alle navi, carico immenso di oro e ricchezze, aspettando ansiosi il vento favorevole per tornare alle case lontane, alle spose e ai figli che non ricordano più. Ha vinto l’odio implacabile di Era e di Atena, ed anch’io, sconfitto, lascerò la città, dove ogni culto è cessato e regna soltanto l’orrore. Udite? Il fiume rimanda le grida delle troiane, tratte a sorte per l’uno o l’altro guerriero:…. Ma se volete sapere che cos’è l’infelicità, guardate Ecuba, strazio vivente. Come sopportare il pianto e l’angoscia? È stato trucidato il suo sposo, sono caduti tutti i suoi figli. Ma non sa ancora che la piccola Polissena è morta, offerta quale vittima sulla tomba di Achille; e che l’amata Cassandra, la povera vergine preda dei furori di Apollo, sarà condotta tra poco al letto di Agamennone. O mia città! Mie torri, un tempo alte e felici! Senza l’odio di Pallade, sareste ancora il baluardo invitto di Troia!”
La stessa Ecuba, di fronte allo scempio della città che va in fiamme, esclama:
“Si consuma in un vasto incendio la città di cui ero regina. Era bella e gloriosa, e regnava sui popoli, dispensando giustizia e abbondanza. O Dei! Tutto è cenere ormai. Ma quali Dei invocare? Anche prima li invocavo, e non udirono. Allora corriamo, su, gettiamoci nel rogo! Sarà molto meglio morire gettandoci tra le fiamme che distruggono la patria!”
Poi, rivolgendosi verso altre donne che le sono accanto, assiste all’uccisione del piccolo nipote:
“Restate, vi prego, non lasciatemi sola. Abbiamo ancora molto da piangere insieme. Guardate, donne di Troia, il corpo di Astianatte! L’hanno scagliato a forza dalle mura, come si lancia un disco: gara mostruosa.”
Nella tragedia che porta il suo nome, “Ecuba”, costretta ad assistere alla morte di sua figlia Polissena, sacrificata sulla tomba di Achille, e appresa la notizia della morte dell’altro figlio, Polidoro, ucciso a tradimento dal re Polimestore (presso il quale era stato inviato dal padre Priamo) e lasciato senza sepoltura, si trasforma: da madre distrutta dall’immane dolore diviene una giustiziera vendicativa e, insieme alle altre Troiane prigioniere come lei, uccide i due figli di Polimestore e acceca lui. Ma il gesto non le viene perdonato: i nobili della città s’avventano contro di lei per vendicare il proprio re e le scagliano addosso sassi e dardi; e quando vanno a rimuoverli, per recuperarne il cadavere, si accorgono che al posto del corpo della donna ormai senza vita vi è una cagna.
Autore: Euripide
Titolo originale: Τρῳάδες (Troiane)
Lingua originale: greco antico
Prima assoluta: 415 a.C., Teatro di Dioniso, Atene
Ambientazione: accampamento greco davanti a Troia
Fonti: Euripide, Troiane ed Ecuba; Omero, Iliade; Virgilio, Eneide
Perché troverai più versioni
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