Le parole del mito: Nemesis

Nemesis non era vendetta ma distribuzione, la forza che riporta alla misura chi ha avuto troppo. La parola greca della giustizia cosmica e dell’eccesso punito.

La parola viene dal verbo greco νέμω (némō), che significa distribuire, assegnare una parte. Nemesis è dunque colei che assegna a ciascuno ciò che gli spetta, ristabilendo una misura quando l’ordine è stato violato. Non era una vendetta nel senso che intendiamo noi oggi, era distribuzione. Quando qualcuno aveva più di quanto gli spettava, Nemesis interveniva per restituire all’equilibrio cosmico ciò che era stato preso in eccesso.

Per chiarire una confusione frequente: nella mitologia greca esistono tre dee diverse della giustizia, e ognuna ha un compito specifico. Themis rappresenta l’ordine divino e la legge non scritta del cosmo. Dike è la giustizia che regola i rapporti fra gli uomini e punisce l’ingiustizia. Nemesis è l’indignazione divina davanti all’eccesso e il ristabilimento della misura.

Come l’usavano i greci

In Esiodo, settimo secolo avanti Cristo, Nemesis appare per la prima volta come concetto astratto, figlia della Notte. In un celebre passo di Esiodo, Aidos (il pudore, il senso del limite) e Nemesis sono le ultime a voltare le spalle agli uomini quando l’età del ferro ha ormai corrotto il mondo. Quando se ne vanno, gli uomini restano soli con il loro male, senza più vergogna e senza più giustizia.

Erodoto la mette al centro del dialogo fra Solone e Creso, il re di Lidia ricchissimo che voleva sapere chi fosse l’uomo più felice del mondo. Solone gli risponde che nessun uomo può essere chiamato felice prima della morte, perché la sorte umana è instabile e nessuna prosperità è garantita per sempre. Dietro queste parole si intravede già il volto di Nemesi: la forza che ricorda ai mortali che ogni fortuna, se trasformata in arroganza o ostentazione, può essere riportata alla misura.

Il santuario di Nemesis più famoso era a Ramnunte, in Attica. Secondo la tradizione raccontata da Pausania, la sua statua, attribuita a Fidia, era scolpita in un blocco di marmo che i Persiani avevano portato per costruire il monumento della propria vittoria contro Atene. Quando vennero sconfitti a Maratona, il marmo divenne la statua della dea che li aveva puniti per la loro hybris. Il marmo della loro arroganza si trasformò nel volto di chi li aveva fermati.

Nemesis colpisce soprattutto chi supera la misura. Il ricco che si crede intoccabile, il potente che dimentica di essere mortale, il bello che si considera superiore, il fortunato che trasforma il dono ricevuto in arroganza. Per i greci, avere più di quanto è giusto è già un crimine cosmico, perché toglie qualcosa agli altri e all’equilibrio del mondo.

Come la usiamo noi oggi?

L’abbiamo ridotta a “vendetta personale”. Quando uno dice “questo è la mia nemesi”, intende un nemico che lo perseguita. La parola ha perso ogni profondità cosmica, non è più la dea che riequilibra il mondo, è solo un fastidio personale ricorrente.

Inoltre, abbiamo perso completamente l’idea che ci stava sotto. Per i greci, chi era andato troppo bene doveva temere. Successo eccessivo, ricchezza esibita, fortuna ostentata erano segnali di una caduta in arrivo. Oggi vediamo l’opposto. Mostriamo, esibiamo, vantiamo, siamo spinti ad esporre ogni piccola felicità, ogni viaggio, ogni traguardo, ogni vittoria. La vita esibita è diventata la norma, la discrezione, il “tieni un profilo basso” che è il nome moderno di Aidos, è scomparsa.

I greci avrebbero letto tutto questo come una hybris collettiva e avrebbero aspettato la Nemesis, sapendo che sarebbe arrivata, perché per i greci arriva sempre.

Esistono suggerimenti? Non lo so. Nemesis non è una dea cristiana perché non punisce il peccato, lei punisce lo squilibrio. Per noi che ragioniamo tra buono e cattivo, fatica a entrare l’idea di una giustizia che distingue fra misurato e eccessivo. Per i greci la verità del mondo era che troppa felicità mostrata genera invidia umana e attenzione divina, e quindi richiama il disastro. L’unica protezione era la moderazione, cioè sapere quando è ora di tacere, di trattenere e di non esibire.

La nostra cultura di oggi ci spinge a dichiarare ogni gioia, al contrario dei greci che avevano colto qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Quando le cose vanno troppo bene, c’è una saggezza antica nel non dirlo. Per superstizione? No, solo perché ostentare l’eccesso crea squilibrio, e lo squilibrio si paga sempre. La dea che distribuisce continua a distribuire, anche se non crediamo più in lei.

Fonti: Esiodo, Opere e Giorni; Erodoto, Storie; Pausania, Periegesi.