Sconvolto dalla morte del suo amato Patroclo, Achille mise da parte l’astio nei confronti di Agamennone e tornò a combattere con una ferocia inaudita. La battaglia fu tremenda, Achille uccise moltissimi soldati troiani, tra cui i più validi guerrieri, ma ciò non bastò a placare la sua ira, voleva Ettore, aveva sete del suo sangue, solo così sarebbe riuscito a placare la propria rabbia.
Nonostante Ettore avesse capito di non avere molte speranze di vittoria, decise di affrontare comunque il temibile avversario, ma quando lo vide, bardato di armi divine, fuggì via, correndo per tre volte intorno alle mura della città. A quel punto gli si fece incontro suo fratello Deifobo, che lo incitò a non fuggire e gli assicurò il suo aiuto. In realtà egli altri non era che Pallade Atena che, sotto mentite spoglie, lo spinse a combattere. Ettore cadde così nell’infida trappola, si fermò e decise di affrontare il nemico, decretando, in tal modo, il proprio nefasto destino. Quando i due rivali furono vicini, uno di fronte all’altro, il prode Ettore parlò per primo ad Achille, richiamando a sé tutto il proprio coraggio e dicendogli che non sarebbe più fuggito dinnanzi a lui, come aveva fatto in precedenza, poiché era giunto, in cuor suo, il momento di combattere, per la sua città, per la sua gente e per sé stesso, indipendentemente che fosse lui a vincere o meno. Prima di puntare le armi, l’uno contro l’altro, Ettore chiese al Pelide di invocare, entrambi, l’intervento degli dei, perché voleva stringere un patto, alla presenza divina, così che questi ne fossero testimoni. Egli desiderava che si onorassero i sacri riti funebri sui loro cadaveri, promettendo che, in caso di sua vittoria, non avrebbe esitato, una volta spogliatolo dell’armatura, a restituirne il corpo agli Achei, perché potessero darne degna sepoltura, e gli chiese di poter ricevere lo stesso trattamento, restituendo il suo corpo al padre, così che potesse seppellirlo con tutti gli onori e sua madre potesse piangerlo degnamente, ma Achille rifiutò nettamente la proposta. La sua ira non si placò neppure dinnanzi alla prospettiva della morte, anzi, anticipò a Ettore che lo avrebbe ucciso, grazie all’intervento di Atena, e poi avrebbe fatto scempio del suo cadavere, facendolo dilaniare da cani e uccelli. Nel dir ciò scagliò la sua asta di frassino verso il nemico, ma Ettore la evitò abbassandosi di colpo, mentre quella gli passava alta sopra la testa, andandosi a conficcare nel terreno dietro di lui. Ciò che egli non vide fu che, in quell’istante, Pallade Atena strappò l’asta dalla nuda terra, per riconsegnarla nelle mani di Achille. Dunque Ettore, rinvigorito dallo scampato pericolo, rimproverò al nemico il nefasto presagio di morte che gli aveva predetto poco prima, accusandolo di averlo voluto solo spaventare perché fuggisse via, ma non sarebbe stato nella sua schiena che avrebbe infilzato la sua asta, bensì nel suo petto mentre egli infuriava nel combattimento. E nel dir ciò lanciò la sua lancia verso l’avversario, sperando a gran voce che lo colpisse, poiché era proprio lui, Achille, il guerriero più temuto dai troiani, e senza di lui sarebbe stato più semplice sconfiggere l’esercito acheo. Invece l’asta, con suo grande rammarico, colpì lo scudo del nemico e vi rimbalzò contro, poi, avvedendosi di non aver con sé un’altra asta di frassino, chiamò il fratello Deifobo perché gliene consegnasse un’altra, ma quegli non gli era neppure vicino, e a quel punto capì l’inganno di Atena e gridò a gran voce che gli dei lo volevano morto. Però lui non se ne sarebbe andato da codardo, bensì lottando fino al suo ultimo respiro, così che le sue gesta fossero grandi e varcassero i confini del tempo, e senza oltre indugiare sguainò la spada affilata da dietro il suo fianco e scattò all’assalto, come un rapace che dall’alto planava, fiondandosi sulla sua preda, agitando la sua arma. Achille di certo non gli fu da meno e balzò furioso verso di lui, colpendolo e allo stesso tempo cercando un punto vulnerabile, che non fosse protetto dall’armatura di Patroclo, dove poterlo colpire per finirlo una volta per tutte. Tale punto debole lo individuò là dove le clavicole dividevano le spalle dalla gola e dal collo, e fu proprio lì che Achille lo colpì con l’asta di frassino, ma, non avendogli reciso la gola, Ettore poté ancora parlare e supplicò nuovamente che il suo cadavere venisse reso a suo padre per avere una degna sepoltura. Senza alcun briciolo di pietà, Achille rispose che la degna sepoltura da parte degli Achei l’avrebbe avuta Patroclo, che lui aveva ammazzato approfittando della sua lontananza, e che per vendicarsi di ciò avrebbe fatto a pezzi il suo cadavere e lo avrebbe dato ai cani e agli uccelli perché se ne cibassero. In un ultimo disperato tentativo, Ettore promise che suo padre avrebbe pagato il suo corpo tanto oro quanto pesava, ma anche quello fu un gesto inutile, troppo immensa era la furia del figlio di Teti. Allora Ettore lo avvisò che simile comportamento avrebbe finito con l’attirargli contro l’ira degli dei, e inoltre gli anticipò la sua morte, sopra le porte Scee, per mano di Paride, guidato da Apollo. Poi, dopo aver pronunciato queste ultime parole, il prode Ettore morì e la sua anima raggiunse il regno di Ade, rimpiangendo la sua giovinezza. Intanto Achille, rispondendo al suo cadavere, gli disse di morire pure, che egli lo avrebbe fatto solo quando gli dei lo avessero voluto, e nel dir ciò gli strappò di dosso l’armatura insanguinata, esponendo il suo corpo agli altri guerrieri achei, che lo martoriarono constatando che in quel momento, a differenza di quando incendiava le loro navi, non faceva più paura a nessuno. Achille, non soddisfatto di ciò, legò il cadavere di Ettore al suo carro con delle funi e, trascinandolo attorno alle mura di Troia, fece ulteriore scempio del suo corpo. Solamente dopo qualche giorno, per intercessione degli dei e grazie alle suppliche di un padre distrutto dal dolore, il semidio decise di restituire il corpo al re Priamo, perché potesse seppellirlo con tutti gli onori dovuti.
Perché troverai più versioni. Il mito greco non ha un testo unico e definitivo: le stesse vicende ci sono giunte attraverso poeti, tragici e mitografi diversi, spesso in contrasto tra loro. Le storie che leggi qui seguono le fonti antiche più autorevoli, ma di ognuna possono esistere varianti altrettanto legittime. Il mito è un organismo vivo, non un dogma.
Fonti
Omero, Iliade
Immagine: Achille trionfante, di Franz von Matsch, affresco della sala principale dell’Achilleion a Corfù, in Grecia.
